Il Carcere di Alcatraz

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Sotto un cielo carico di pioggia cerco insistentemente di finire l’hotdog comprato da una bancarella sull’altro lato della strada..

Prima che riuscissi a fermarlo il venditore mi ha inondato di ketchup il povero wurstel ed ora, buttato via anche l’ultimo brandello di quello che era stato una volta un tovagliolo, per non sporcarmi devo avvitarmi su me stessa alla stregua delle migliori contorsioniste.

La coda per il battello avanza lentamente, il freddo si fa sentire sotto lo strato del piumino, il vento è tagliente come una lama, mi arrotolo più stretta la sciarpa intorno al collo e mi abbandono ad osservare, in mezzo ad un mare increspato color acciaio, “The Rock”, il Carcere di Alcatraz, il carcere di massima sicurezza la cui inespugnabilità tanto ha ispirato scrittori e registi cinematografici di tutti i tempi.

 the rockUn po’ di storia sul carcere per eccellenza

Nata come faro per le navi che attraversavano nelle notti buie la grande baia di San Francisco, l’isola è stata presto adibita a carcere di massima sicurezza nel quale, durante la sua storia, sono stati rinchiusi molti tra i più grandi nomi della malavita a stelle e strisce.

 Il percorso sull’isola è veramente interessante, l’audioguida racconta le storie dei prigionieri piu famosi che sono stati “ospiti” qui, mentre l’atmosfera di angoscia e disperazione che permeava tutto il carcere è ancora oggi densa, quasi palpabile.

La storia narrata che più mi colpisce, e che probabilmente è lo scheletro nell’armadio del Carcere di Alcatraz, è quella della fuga che ha ispirato il famosissimo film Fuga da Alcatraz, perchè, nonostante le autorità si affacendino un sacco a raccontare della presunta morte dei fuggitivi, in realtà sembra proprio che quei tre ce l’abbiano fatta.

 La notte è buia e spessa, rischiarata solamente dai fari che costantemente illuminano l’isola, in cielo l’argento delle stelle è oscurato da uno spesso strato di nebbia densa.

Dopo che le ultime luci delle prigioni sono state spente, il rapinatore di banche Frank Lee Morris e i fratelli Clarence e John Anglin si alzano dalle loro brande e, dopo aver messo dei manichini a simulare la loro presenza, scivolano, silenziosi come gatti, attraverso un buco che gli permette di raggiungere il comignolo lungo 15 metri della cucina.

Arrivano sulla spiaggia, il mare gelido e dalle forti correnti della baia li separa ancora dall’altra sponda, ma simile a quello di un’innamorata, il richiamo della libertà è più forte del freddo, del buio e della fatica.

 La mattina dopo, quando passano le guardie per controllare i prigionieri, i tre si sono ormai dileguati, lasciando come traccia solo i mozziconi dei raschietti che hanno utilizzato per scavare, durante gli anni, il buco nel muro.

Di loro tre non si è più saputo nulla.

 alcatraz la fugaI resti di una zattera di fortuna costruita rudimentalmente e di teli impermeabili sulla spiaggia, sono le uniche tracce ritrovate e, nonostante i tentativi delle autorità di dimostrare che i tre sono annegati, quei resti abbandonati sembrano raccontare una storia completamente diversa.

Me li immagino, dopo la fuga, sfrecciare su una macchina decappotabile, a tutta velocità, sulla strada assolata,  lungo l’oceano, verso le bianche spiagge del Messico, verso la libertà e una nuova vita.

 libertà dopo alcatrazMentre ascolto, rapita, la storia mi ritrovo un po’ a sorridere.

 A dir la verità, nonostante fossero dei delinquenti rapinatori e forse anche assassini, non posso non provare un pizzico di simpatia per questi tre furbacchioni che, nonostante le estreme misure di sicurezza della prigione, sono riusciti a farla in barba per benino a tutto il sistema.

Tutto ciò mi fa sentire quasi in colpa, ma cerco di convincere me stessa che, insomma, io non sia stata l’unica, guardando il giovane Clint Eastwood pianificare nei più piccoli particolari la fuga nell’omonimo film, che  si è scoperta nel suo profondo IO a tifare un po’ per lui.

martina

La mia grande passione sono i viaggi indipendenti in stile backpacker...

Sono estremamente curiosa, amo i viaggi e la fotografia come modo naturale per tenere il più possibile stretti a me i ricordi e le emozioni che ho provato in giro per il mondo.
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